Perché in un momento come quello attuale, scosso da problematiche concrete di grande importanza, turbato dalla necessità di far comprendere a chi prende le decisioni quali e quanti problemi pratici ci si trova ad affrontare e combattere tutti i giorni perché quelle decisioni assunte in “sala macchine” non si traducano in maggiori difficoltà sul campo, non si riesce a far emergere una voce rappresentativa di gruppo?

 

Riportiamo di seguito l'articolo di Anna Fasoli, inviato a tutti i soci UEA nella newsletter di agosto 2012.

 

 

Associazionismo assicurativo al tramonto? 

Una profonda crisi di rappresentatività 

Da tempo, all'interno delle strutture che raccolgono attorno a sé operatori e professionisti di un medesimo settore, si è innescato un profondo ripensamento della propria identità. Un'autocritica indotta spesso dal malessere dei soggetti che di quel gruppo dovrebbero essere parte e che, invece, non se ne sentono rappresentati.

Affrontando il tema specificamente rispetto agli ordini consolidati e alle casse previdenziali, il giornalista Luigi Dell'Olio, dalle pagine economiche di Repubblica, riportava come percentuali stimate di affluenza alle elezioni degli organi rispettivi dati molto bassi, tra il 20 e il 40 per cento. Come a dire: ce ne restiamo a casa.

La domanda è: perché?

Perché in un momento come quello attuale, scosso da problematiche concrete di grande importanza, turbato dalla necessità di far comprendere a chi prende le decisioni quali e quanti problemi pratici ci si trova ad affrontare e combattere tutti i giorni perché quelle decisioni assunte "in sala macchine", non si traducano in maggiori difficoltà sul campo, (nella firma dei contratti, nell'espletamento delle pratiche), ebbene perché proprio in questo momento che ce ne sarebbe più bisogno, non si riesce a far emergere una voce rappresentativa di gruppo?

Esiste un vero e proprio malessere che attraversa trasversalmente le diverse professioni e associazioni, che ha ammalato da tempo la politica.

Né il settore assicurativo ne esce indenne, anzi, è ormai un paziente cronico, affetto da crisi di rappresentatività.

Sono molti gli esempi che si potrebbero descrivere per raccontare lo scollamento del vecchio paradigma dalla realtà da rappresentare. A cominciare dalla convention organizzata dai tre gruppi agenti  AMA, GAM e Magap a Roma ad aprile. Se i temi espressamente dichiarati in agenda erano tecnici, s'intuiva tuttavia che l'attenzione era fortemente calamitata da un obbiettivo istituzionale, riguardante fusioni interne tra gruppi. Sensazione prontamente confermata dalla recentissima indizione, a luglio, di un referendum che chiama i soci Magap a deliberare sull' "annessione" del gruppo AMA al Magap. Insomma, di nuovo, a ragionare sull'interno, sulle dinamiche e sulle divisioni di voti, poteri.

Ma come?, ci si chiede. Possibile che questo diventi il centro di attenzione, con tutto quello che sta accadendo fuori?

Scogli importanti sta incontrando anche il progetto A.N.A., acronimo che indica l'Associazione Nazionali Agenti di Assicurazione. Il comunicato dei primi di luglio chiarisce le intenzioni (validissime): costituzione di un nuovo modello di associazione più rispondente alla realtà del momento, che rappresenti la categoria in un'unica grande casa comune. Ma nei fatti non si sta giungendo ad altro che ad alimentare la bagarre. I tempi si allungano, gli animi si avvelenano, volano parole dure tra addetti ai lavori.

E mentre questo accade, le congiunture cambiamo. Talvolta molto in fretta. Prova ne è, per esempio, l'entrata in vigore definitiva  della norma che impone la multi-preventivazione  per gli intermediari, che dovranno fornire almeno tre preventivi (2 prodotti diversi dal proprio) al cliente che vuole sottoscrivere un'assicurazione auto. Per chi non si adegua alla normativa sono previste sanzioni  da 1.000 a 10.000 euro.  Con tutte le ricadute pratiche che questa decisione avrà sul lavoro di ciascuno di noi.

Dunque, mentre i gruppi che ci rappresentano sono attraversati da dilemmi di identità, rischiamo di assistere al moltiplicarsi del numero dei rappresentanti che, però, non ci rappresentano. Perché sembra cadere in secondo piano l'obiettivo specifico di esistenza dell'associazione stessa: la priorità di essere utile ai propri associati.

Ecco la parola chiave: utilità. Solo rispondendo in maniera rapida, concreta, efficiente alle esigenze quotidiane di chi ne fa parte, una struttura si fa realmente rappresentativa. E così può diventare voce di una realtà multiforme di soggetti, che a quella voce prestano la propria, perché le istanze comuni abbiano più forza. Per essere ascoltate, per essere soddisfatte. Non per "parlarsi addosso". Quella differenza, insomma, che intercorre tra la rappresentanza e la rappresentatività.

Se la rappresentanza afferisce ad un ruolo, ad una posizione, in senso istituzionale, statico, la rappresentatività invece indica il carattere preciso e dinamico, la cifra caratterizzante e viva, umana di chi quel ruolo riveste. Insomma rappresentatività significa capacità di dar voce ai bisogni di chi si rappresenta. E a quei bisogni portare una risposta.

Dunque, la rappresentanza è un nomen, la rappresentatività è una persona, un omen. L'auspicio è che i due termini tornino a coincidere:nomen omen.

È la via per tornare al senso di utilità. Che è poi quello per cui, storicamente, gruppi e associazioni professionali nascevano: "unione di più individui per un scopo comune".

Ma deve essere appunto comune.

A me pare che la strada per gli agenti assicurativi debba partire da lì: dalla certezza che si sta lavorando tutti per questo. 
Con il coraggio di lasciare indietro chi usa la rappresentanza per fini personali ed egoistici. Altrimenti la strada sarà solo in salita.

Anna Fasoli
Socio UEA