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Il prossimo 8 aprile Uea inaugura il calendario dei workshop 2016 a Napoli con un incontro sul tema dei danni catastrofali. Di seguito il contributo di approfondimento della Consigliera Uea Anna Fasoli.

Le catastrofi naturali e il costo socio-economico: una riflessione che non può più attendere
L’Italia è prima.
Per morti.
Morti a seguito delle catastrofi naturali.
Prima in Europa 

[1]. Verrebbe da dire: maglia nera, ma non è una competizione macabra, una gara perché vinca il peggiore.
Se il Belpaese non se la passa bene, nemmeno il resto dell’Europa, e del globo, dormono sonni tranquilli.
Globalmente nel corso del 2014 frane, alluvioni e terremoti hanno causato – oltre a migliaia di vittime – danni per 132 miliardi di dollari in tutto il mondo.
Un’emorragia di energie che si aggiunge al flusso già peggiorativo innescato dalla crisi ecologica, oltre che a quella economica.
Parliamo di risorse, dunque, ma soprattutto di vite. Vite quotidiane letteralmente travolte da eventi definiti un tempo eccezionali, ma entrati ormai, a pieno titolo, tra le catastrofi “prevedibili”, almeno nel Belpaese.
In che senso? Si definisce “disastro naturale” una situazione o accadimento imprevisto e spesso improvviso che cagiona danni, distruzione e vittime.
Se la sua frequenza diventa meno rara, non è vero forse che il contenuto stesso finora attribuito all’espressione perde mordente? Insomma, conoscendo l’eventualità non remota, la realizzazione stimata persino come probabile, non diventa prioritario mitigarne, e persino evitarne gli effetti con azioni e interventi di prevenzione?
Ad aggravare il contesto, un dato concreto: secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) [2], tra il 1963 e il 2O12 ben 782 comuni hanno subito inondazioni e frane, con un costo medio dello 0,2% del PII annuo.Senza dimenticare che l’80% del territorio nazionale è ritenuto a rischioidrogeologico.
Come istantanee.
Numeri che parlano ormai una sola lingua, universale: quella che invita a muoversi. A farlo subito.
La crisi oggi è sistemica.
Non lascia spazio a evoluzioni positive se non si interviene.

Colpe nazionali?
Eppure la penetrazione assicurativa contro il rischio di calamità naturali in Italia è tra le più basse tra i paesi industrializzati.
A scriverlo nero su bianco il recente studio pubblicato da Swiss Re [3] dove alla pagina 4 si legge: “Con l’eccezione del mercato auto, i rami danni sono meno sviluppati rispetto ad altri mercati europei, incluse economie più piccole dell’Italia. Con un volume pari a 37,3 miliardi di Euro nel 2014, il segmento danni del mercato assicurativo italiano si colloca al quinto posto in Europa, dietro Germania, Regno Unito, Francia e Olanda, e il 10° al mondo. Il totale dei premi sottoscritti è pari al 2% del PIL, con una spesa pro capite in assicurazioni danni di 544 Euro. L’Italia si colloca in fondo alla graduatoria europea in termini di penetrazione assicurativa e di densità nei vari rami del mercato non-vita”.
Leggendo, non posso nascondere la rabbia che provo. Ed è una rabbia da impotenza. Mi domando: siamo incoscienti? O incolti? O fatalisti? O semplicemente stupidi?
La reazione è evidentemente deviata da eccesso di emotività. Ma dopo decenni di lavoro su questo territorio nazionale, con confronti diretti e quotidiani con le persone che lo lavorano – agricoltori, allevatori, aziende vitivinicole – so quanta energia e interesse ci siano a proteggerlo. Ma ancora il costo e le scelte sono tutte sulle spalle del singolo.
Siamo una compagine individualista, noi italiani.
L’aritmetica di cittadino più cittadino più cittadino non riesce a condurre alla funzione d’insieme.
Né la normativa smentisce questo solipsismo: quando il governo Monti ha varato la riforma della Protezione civile, ha espressamente escluso interventi statali in caso di nuove catastrofi naturali, lasciando ai singoli – imprese, famiglie – onere e libertà di decidere se tutelarsi o meno. Ciascuno per sé… E molti hanno deciso di affidarsi all’altra parte del detto. Quella più fatalista.

Una sorta di “perversione” assicurativa
La mancanza di una regolamentazione generale verso la protezione ha inevitabilmente innescato una sorta di “effetto perverso” assicurativamente parlando.
In Italia sottoscrivere una polizza contro le catastrofi è un lusso che si paga e si paga caro. Non solo i costi sono importanti, spesso le compagnie stesse le disincentivano, arrivando persino a rifiutare di proporre un’offerta.
Non si tratta di dispotismo o capriccio contrattuale, una ragione naturalmente c’è, ed è legata al business: un rischio catastrofale può costare tanto, tantissimo in termini di risarcimento. Un risarcimento talvolta difficile da stimare ex ante.
Se dunque il numero di contratti sottoscritti non “calmiera” questa potenziale perdita, è chiaro che il gruppo si tira in dietro.
È una questione di frequenza, di numeri, di statistiche.
È una questione di attivare meccanismi di “mitigazione” con la sottoscrizione di contratti di riassicurazione, il business che ha siglato il successo proprio di grandi colossi come Swiss Re e Munich Re.
Ma come possiamo interessare noi italiani se i contratti si contano sulle… dita di una mano?
È gioco forza, invece, che funzionino, e bene, negli Stati Uniti, Canada, Messico, ma anche Germania e Francia, dove l’attenzione e la protezione sono spesso se non imposti quantomeno incentivati a livello di res publica, le polizze catastrofali hanno costi accettabili. Dico: convenienti persino. Convenienti per i singoli e per la comunità. Non solo: si innesca un circolo virtuoso che spinge a ricercare formule di copertura continuamente migliorate e specifiche, rivolte a comunità locali, aziende, proprietari e locatari immobiliari.
In Italia, l’Ania ha avanzato la proposta di adottare un sistema c.d. misto in cui lo Stato potrebbe coprire una percentuale del danno subito, mentre le compagnie si occuperebbero della restante parte tramite una polizzaprivataobbligatoriasottoscritta dai proprietari di casa.
Il governo Renzi ha abbozzato un modello di polizza semi-obbligatorio come quello vigente in Francia e Spagna.
Ma ancora tutto brancola nel buio.

Allora che si fa?
Intanto Swiss Re, nelle conclusioni del testo, non lascia nulla al caso: “Tuttavia, affinchè i premi siano contenuti e quindi le coperture accessibili, il rischio deve poter essere ripartito tra una più alta porzione della popolazione e questo richiede che il Governo promuova la consapevolezza di tali rischi. Solo allora l’assicurazione contro le calamità naturali potrà diventare economicamente sostenibile e solo allora l’industria assicurativa potrà contribuire ad un’efficace strategia di finanziamento del rischio per la società nel suo complesso”.
Allora chiedo, vi chiedo: che si fa? Ci si accolla in quanto espressione collettiva degli assicuratori, come costola scientifica di Uea, il compito di dare più intensità a questa voce? Prima che divenga un grido. Un grido che cade nel vuoto.

 

Anna Fasoli

Consigliera Uea