Dall’agroalimentare all’enologia l’arte italiana si confronta con problematiche sempre più complesse. Che chiedono l’intervento degli assicuratori.

 

Il parere di Anna Fasoli

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[1] (Estratto dal testo pubblicato a gennaio 2013 su www.uea.it)

 

La catena che conduce alla realizzazione del comparto conosciuto come agroalimentare certamente affonda le radici nella terra, ma si regge su un’impalcatura complessa e articolatissima di cui l’uomo è artefice e controllore.

Proprio in quest’area che ha di fatto strappato la terra dal caso (e dal caos), dalla fatalità, dal Risiko, rivelatosi devastante ancora alle porte di quel XX secolo che a taluni sembra assai lontano, si situa oggi anche il ruolo delle polizze assicurative.

Forti di una storia consolidata, che ha contribuito, nei secoli, a rafforzare il potere della intraprendenza e competenza umane, relegando ad un’importanza secondaria la furia della natura, oggi le Compagnie Assicurative hanno, a mio avviso, l’obbligo di tracciare un altro tratto di percorso: quello che metta in luce l’efficacia delle polizze di copertura nel settore agroalimentare come autentico volano per la crescita e la distribuzione, dei prodotti, capaci insomma di arrivare (anche molto lontano) là dove c’è domanda, e farlo in maniera garantita.  Anche perché di mezzo non c’è solo una sfida economica.

Di mezzo ci sono anche imperativi etici inalienabili, tra cui quello di evitare lo spreco inutile di cibo, quando continuano a morire di fame fette ampie di popolazione mondiale.

Un recente rapporto della britannica Institution of mechanical engineers (Ime) certifica che ben due miliardi di tonnellate di alimenti vengono distrutti, tra il 30 e il 50 % spesso senza neanche arrivare sulle tavole dei consumatori. E etica oltre che di sicurezza è anche l’attualissima problematica della contraffazione che viola le norme della libera concorrenza, creando danni pesantissimi per le aziende, oltre che mettendo a repentaglio la salute dei consumatori.

Dal gorgonzola prodotto in Svezia, al pomodoro San Marzano americano, passando per il Pamesao dal Brasile e il Salam Napoli realizzato in Romania, il tema della tracciabilità si afferma con forza e rivendica tutele a 360°.

Non è tutto.

Territorialmente si nota uno squilibrio lungo la nostra penisola: più grandi sono le aziende che operano nel Nord-ovest un'area dove è realizzato, secondo il report Istat, ben il 49,3% della produzione e il 44,6% del valore aggiunto. È al Nord che le aziende assorbono il 23,9% del lavoro dipendente pari quasi al 29% del costo del lavoro complessivo. Le aree del Sud-Italia arrancano: il 59,3% delle aziende infatti realizza il 34,4% della produzione e il 39% del valore aggiunto. 

Un lavoro, non va dimenticato, che conosce una contrattualistica particolare e si caratterizza con una stragrande maggioranza di contratti a tempo determinato e familiare (poco meno del 4% delle giornate viene effettuato da lavoratori a tempo indeterminato).

Un ultimo dato interessante: aumentano i fatturati se aumenta la c.d. multifunzionalità. Che significa che laddove le realtà produttive svolgono anche attività di trasformazione, commercializzazione e prestazione di servizi, hanno margini di ricavo e di guadagno davvero più consistenti (per ora un fenomeno che coinvolge solo l’11% delle aziende).

C’è, dunque, un’amplificazione, sicuramente un’amplificazione positiva, cui però fa da contralto un’ombra più estesa. Se, insisto, un evento dannoso si determina, a causa di un errore nel ciclo produttivo, ecco che quest’errore varcherà rapidamente le frontiere, diffondendosi a macchia d’olio.

Si delinea così uno spazio complesso quanto affascinante che vede l’importanza del ruolo dell’assicurazione e particolarmente di chi fa il mio mestiere sul territorio, conoscendone nel concreto mutamenti e tematiche, per orientare le nuove protezioni di cui dotarsi e continuare così a svolgere questi mestieri meravigliosi, all’insegna della tradizione, certo, ma con un occhio attentissimo al futuro.