Sarà che, come si dice, l’uomo si abitua a tutto. Sarà che la frequenza potenzia l’adattamento. Fatto è che uno dei temi più duri e forti che mondo assicurativo e agricolo condividono, quello sugli eventi catastrofali, sta mutando pelle. Mentre la furia della natura viene battezzata con nomi dell’epica greca o di persona, quasi a domarne le sembianze e ricondurle a qualcosa di “umano”, le tecnologie per prevedere e contenere i danni di fatti di per sé violenti perché improvvisi, repentini, capaci di sovvertire in un istante o pochi minuti l’equilibro faticosamente creato in anni, sottolineano una tendenza che il settore assicurativo già aveva fatto proprio: ovvero quella di “sapere come fare”.

La logica, insomma, è quella di avere degli strumenti con cui fronteggiare il problema, per quanto enorme sia. Non, invece, sottovalutarlo o “ridimensionarlo”.

Se, allora, una strada per vagliare fatti, conseguenze, costi di eventi giganteschi quali cicloni, inondazioni, grandinate incendi, c’è, è quella di ammetterne non solo la presenza, bensì anche la frequenza e l’intensità. E sulla base di questo, coordinare e approntare le misure.

Con incentivi, certo, da parte dei sistemi governativi perché il carico non può pesare sul singolo, sulle aziende o sulle compagnie.