A tradurlo sommariamente si potrebbe dire: grado di felicità. Perché è questo che viene misurato dalle imprese che si impegnano. E appunto l’engagement è il segnale che l’azienda dà al dipendente per fargli capire che vuole che l’esperienza di lavoro sia a 360°. Dunque via libera a palestre, mense salutari, assistenza sanitaria integrativa, fedi e permessi, servizi a favore della maternità.

Se questo c’è, l’azienda va meglio. Numeri alla mano.

Il quarto rapporto Welfare di OD&M Consulting-Gi Group ha mostrato come proprio le aziende a più alta competitività si dimostrino più attente a questo. E il mondo anglosassone fa da apripista da anni.

Tant’é: anche l’Italia sta mettendosi in pari soprattutto nei grandi gruppi, ma è una sfida da cui nemmeno i piccoli possono sottrarsi. Soprattutto ora che la concorrenza sul mercato è agguerritissima.

Con l’engagement c’è tutto da guadagnare (anche per il datore di lavoro).

Un dipendente felice mette il 57% in più di impegno nelle mansioni che svolge, l’87% si dichiara disinteressato a cambiare mestere.