Non ci dicano più che siamo intercambiabili. Non lo facciano per noi, certo, ma nemmeno per loro. E soprattutto si smetta di usare questa confusione di ruoli, che non agevola nessuno e anzi ostacola la trasparenza verso i clienti. Sto parlando della bizzarra, innaturale, sovrapposizione di business tra banche e assicurazioni.

La tendenza ha assunto ormai contorni stabili, e importanti. Eppure questo non appare sufficiente a dissipare i dubbi, i timori che ne derivano, e rispetto  cui si impone di non abbassare la guardia, soprattutto in tempi in cui tra il termine trasparenza e la sua attuazione reale sembrano spalancarsi voragini.

Insomma  banca e assicurazione non sono e non possono divenire sinonimi, nemmeno di funzione. A leggere l’infausto neologismo che suona come “bancassicurazione”, la mente non può omettere di associarne l’immagine all’ibridazione che richiama assai più il Minotauro della mitologia, mezzo uomo e mezzo toro, che non gli orizzonti intraprendenti di una nuova economia di scala, dove la sola regola da rispettare è quella del profitto. Certo, il profitto, ma quello “a tutti i costi” alla fine fa pagare il proprio prezzo all’intera società. Caro. Carissimo.

Basta guardarsi intorno, gettando l’occhio oltreoceano, esperienza che mi è stata offerta dall’aver partecipato ad un interessantissimo viaggio di studio per UEA, l’Unione Europea degli Assicuratori, di cui ho il privilegio di essere consigliere. Ebbene, l’equazione è presto fatta: se un paese dagli orizzonti di pieno liberismo come sono i variegati Stati Uniti d’America ha deciso che tra banche e assicurazioni, “il matrimonio non s’ha da fare”, che far confluire in un solo soggetto ruoli di finanziamento e di protezione può determinare uno snaturamento dell’uno o dell’altro fine – come a dire che non si può essere al tempo stesso l’insegnante di scuola del proprio figlio e anche il genitore; controllore e controllato; giudice e imputato -, significa davvero che il rischio è alto.

Né le decisioni giunte anche alla cronaca di importanti sanzioni comminate a quell’istituto bancario piuttosto che a quella compagnia assicurativa lasciano spazio al dubbio.