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Bitcoin: genio o sregolatezza? Il parere di Anna Fasoli

Bitcoin: genio o sregolatezza? Il parere di Anna Fasoli

Se c’è un universo finanziario pieno di incongruenze, falle e implicazioni emotive che sfuggono con la forza d’anguille, è quello dei bitcoin.

A cominciare dal nome che, usato con la maiuscola, indica la tecnologia e la rete, con la minuscola la valuta in sé. Una valuta creata nel 2009 da un anonimo, che si è scelto il nickname di Satoshi Nakamoto.

Sintetizzando, la peculiarità più caratteristica è l’assenza di un ente centrale. Bitcoin fa uso di un ente centrale: esso utilizza un database distribuito tra i nodi della rete che tengono traccia delle transazioni, ma sfrutta la crittografia per gestire gli aspetti funzionali, come la generazione di nuova moneta e l’attribuzione della proprietà dei bitcoin. Già questo potrebbe far ritenere che si tratti di un gioco, l’ennesimo a cui l’avvento del web ci ha abituati, più complesso e intrigante magari, ma nient’altro.

Sarebbe un errore.

Da qualche tempo infatti il valore dei bitcoin ha subito un’impennata importante, per poi ricadere nella voragine in questi giorni.

Montagne russe? Ebbrezza da Jackpot?

Come assicuratori abbiamo l’obbligo di confrontarci con la realtà, apportando strumenti e soluzioni per renderla più sicura, o meno rischiosa, per il cliente, che ce lo domandi. Pertanto se esiste un interesse del cliente verso l’universo Bitcoin, è indispensabile quantomeno riflettere su come affrontarlo.

Appare come una sorta di “grande ologramma”, che però dispiega un effetto persino rivoluzionario rispetto alla struttura finora considerata, nell’istante stesso in cui sdogana una alternativa decentralizzata, che tende a scavalcare la figura storica di intermediazione. Né si può dimenticare che il denaro come siamo stati abituati per secoli a considerarlo in realtà, storicamente, è nato a sua volta come oggetto, come convenzione. La forza della sua diffusione? Il fatto che quella convenzione sia stata accettata socialmente.

Naturalmente la transizione da un oggetto al suo “pensiero” (e da tempo ormai di denaro ne muoviamo molto e maneggiamo poco) ha segnato gli affari dell’ultimo trentennio, aprendo gli orizzonti per un’idea ancora più dirompente quant’è questa di fare affari con un algoritmo.

Eppure non nascondo di avere alcune perplessità, persino paure che si legano all’idea di una moneta così “mimetica”, che viene scambiata in anonimato, generata autonomamente secondo un processo noto come mining, comprandoli e scambiandoli con l’euro, in Rete o in sportelli fisici (in Italia ne esistono appena una mezza dozzina). Nella stampa viene citata sovente per operazioni poco chiare riconducibili al deep web.

Tuttavia se la realtà cresce e si afferma, a mio avviso deve essere considerata, studiata, in senso assicurativo, così come si faceva nel Seicento con le prime navi da carico in partenza dal porto di Londra verso le Indie, o per garantire i certificati dell’immensa rete ferrata americana.

Con tutte le accortezze del caso, insomma, se, come dimostra l’attenzione crescente, i bitcoin faranno parte della nostra realtà, noi assicuratori dovremo essere reattivi e professionalmente capaci di confrontarci con questi. Senza contare che se Cina e Russia iniziassero ad accettare i Bitcoin come alternativa al dollaro statunitense il valore di questa moneta virtuale salirebbe sopra i ventimila euro nel 2018. Non solo: là dove l’economia pare compromessa da importanti sconvolgimenti politici, come in Venezuela, la criptovaluta sembra assicurare maggiore certezza che quella tradizionale.

Insomma lo sforzo mentale e anche professionale che ravvedo è quello di rileggere inevitabilmente dietro alla cosiddetta moneta la sua storia e funzione sociale, e quell’idea pregnante che ormai attraversa l’intera economia e ci rammenta che esiste una forte componente psicologica dentro le scelte che facciamo. Una componente che, attraverso strumenti e ponderate valutazioni di rischio, può innescare transazioni e crescita. Purché se ne faccia buon uso.

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